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Non è solo pigrizia: a Ginevra si studia quando vale la pena fare uno sforzo

L’energia che investiamo dipende anche dal beneficio atteso. All’Università di Ginevra si indaga su ciò che alimenta la motivazione e sul perché possa mancare nella depressione.

Redazione 26news4 min di lettura
Vista sul Jet d’Eau di Ginevra dal Parc de l’Observatoire.
Vista sul Jet d’Eau di Ginevra dal Parc de l’Observatoire.

Chi rimanda un compito viene presto giudicato pigro. Ma spesso questa etichetta non basta a spiegare il suo comportamento. Al Geneva Motivation Lab dell’Università di Ginevra, un gruppo di psicologi studia come le persone decidono in quali attività investire le proprie energie. Per farlo, misura anche l’attività cardiaca durante uno sforzo mentale. A lungo termine, l’obiettivo è aiutare chi soffre di una carenza di motivazione, in particolare in presenza di una depressione.

Al centro della ricerca c’è una valutazione quotidiana: quanta energia richiede un’attività e quale beneficio promette? Per Guido Gendolla, professore di psicologia all’Università di Ginevra, l’essere umano non è pigro per natura. Piuttosto, adegua il proprio impegno a ciò che spera di ottenere. Se il vantaggio atteso è modesto, anche lo sforzo appare meno giustificato.

Investire energie, senza pagare troppo

Gendolla paragona lo sforzo al denaro: entrambi sono risorse che possiamo spendere, ma non a qualsiasi prezzo. «Non ci dispiace spendere denaro, ma non vogliamo pagare troppo per qualcosa», spiega. In questa prospettiva, trattenersi non significa necessariamente voler evitare qualsiasi fatica. Può anche indicare che l’impegno richiesto e il risultato atteso non sono proporzionati.

Le persone sono infatti disposte a investire molta energia quando, dal loro punto di vista, ne vale la pena. Diversi studi mostrano inoltre che lo sforzo stesso può suscitare emozioni positive. È però decisivo che venga percepito come giustificato. Fatica e piacere non sono quindi agli antipodi: un’attività impegnativa può dare soddisfazione proprio mentre richiede un notevole dispendio di energie.

Prima di affrontare un compito, e mentre lo si svolge, entra dunque in gioco una sorta di bilancio tra costi e benefici. Da qui nascono decisioni diverse: proseguire, fermarsi oppure non cominciare affatto. Chi è assolutamente convinto che riuscire sia impossibile può non vedere alcun motivo per investire energie. Considerare questa valutazione aiuta a capire il comportamento meglio di un generico giudizio di pigrizia.

Perché riordinare pesa più che ballare

Nei bambini piccoli, Gendolla non osserva una tendenza di fondo a sottrarsi agli sforzi. Si dedicano spontaneamente a numerose attività, un comportamento che potrebbe favorire il loro sviluppo. Crescendo, invece, le persone imparano a dosare le proprie forze. Per lo psicologo, non si tratta necessariamente di una perdita di slancio: può essere anche un modo ragionevole di gestire risorse limitate.

La stessa lettura si può applicare agli adolescenti. Chi non vuole riordinare la propria camera non è per forza privo di motivazione in generale. Forse è proprio quel compito a sembrargli poco interessante. Lo stesso giovane può essere disposto a ballare e divertirsi per una notte intera, benché anche questo richieda uno sforzo fisico.

Nella vita quotidiana delle famiglie svizzere, questa distinzione offre un’altra prospettiva su conflitti ben noti. La domanda non è più soltanto perché qualcuno non faccia nulla, ma anche quale senso o beneficio riconosca in una determinata attività. L’esempio illustra tuttavia una possibile differenza di motivazione: non basta, da solo, a trasformare un dovere sgradito in un compito attraente.

Che cosa rivela il cuore sullo sforzo mentale

Per rilevare lo sforzo mentale, il gruppo ginevrino non si affida soltanto al racconto delle sensazioni dei partecipanti. Durante gli esperimenti, questi indossano sensori sul collo e sul torace. I ricercatori seguono così la risposta del cuore e studiano i processi corporei associati alla mobilitazione di energia.

Un parametro importante è il cosiddetto periodo di pre-eiezione. Nicolas Silvestrini, ricercatore del laboratorio, lo descrive come l’intervallo tra l’attivazione del ventricolo sinistro e l’effettiva espulsione del sangue nell’aorta. Quando questo intervallo si accorcia, il cambiamento viene interpretato come un segnale che l’organismo sta mobilitando più risorse e che lo sforzo aumenta.

La misurazione serve a comprendere meglio le basi psicologiche della motivazione. Offre un indizio fisico dell’impegno investito in un compito. Al centro dell’indagine non c’è quindi un giudizio morale sulla diligenza o sulla pigrizia, bensì una domanda: in quali condizioni le persone impiegano in misura maggiore o minore le forze di cui dispongono?

Quando anche andare in terapia diventa difficile

La questione assume particolare rilievo nella depressione. Silvestrini richiama i marcati deficit di motivazione osservati nelle persone colpite. Anche un gesto apparentemente semplice può diventare molto difficile: per esempio, uscire di casa per recarsi da uno psicologo o da una psichiatra. La mancanza di motivazione può così ostacolare proprio il passo necessario per accedere a un aiuto professionale.

A questo si aggiunge, spiega Gendolla, una tendenza delle persone con depressione a essere meno sensibili alle ricompense. Diventa quindi particolarmente difficile trovare una ragione che giustifichi lo sforzo richiesto. L’obiettivo a lungo termine della ricerca ginevrina è individuare possibilità per rafforzare la motivazione. Prima occorre precisare i fattori che la influenzano; su questa base dovranno poi essere condotte indagini mirate con pazienti depressi.

Una prospettiva legata alla vita quotidiana arriva da Ludovic Maggioni, direttore del Museo di storia naturale di Neuchâtel. Richiamandosi alle ricerche di Boris Cheval, paragona la motivazione a un muscolo che si può allenare: i primi sforzi sarebbero i più difficili. Il suo consiglio è concludere le attività con un’esperienza positiva. Se gli ultimi minuti lasciano un ricordo piacevole, potrebbe aumentare la disponibilità a ripetere l’attività. È uno spunto per la quotidianità; trovare un aiuto mirato per i deficit motivazionali legati alla depressione resta invece un compito della ricerca.

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