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Donazioni dalla Svizzera: nuove e-mail mettono in dubbio la versione di Weidel

Nel 2017 dalla Svizzera arrivarono 132'000 euro per la campagna di Alice Weidel. E-mail trafugate sollevano interrogativi su quanto sapesse, ma non provano un accordo con il finanziatore.

Redazione 26news4 min di lettura
Alice Weidel a un incontro informativo dell’AfD a Schriesheim il 22 luglio 2017.
Alice Weidel a un incontro informativo dell’AfD a Schriesheim il 22 luglio 2017.

Lo scandalo delle donazioni elettorali illegali dalla Svizzera torna a toccare Alice Weidel, leader dell’AfD. Il 23 ottobre, alcune e-mail contenute in un archivio di dati trafugati e pubblicato pochi giorni prima sollevano nuovi interrogativi: quanto presto, e in quale misura, era coinvolta nel finanziamento della sua campagna per il Bundestag del 2017? Allora, 132'000 euro erano confluiti dalla Svizzera su un conto della sua sezione sul Lago di Costanza. Weidel mantiene la propria versione. L’autenticità di tutti i documenti trafugati non è stata confermata.

Al centro vi è una possibile contraddizione. Quando i versamenti divennero pubblici nel 2018, Weidel dichiarò di averne saputo solo settimane dopo l’arrivo del denaro e di esserne rimasta sorpresa. «Non ero coinvolta nella gestione quotidiana del finanziamento della campagna elettorale», disse. I messaggi ora emersi, che riportano il suo indirizzo come mittente, delineano invece una politica che si occupava delle donazioni attese e del loro impiego già prima dell’inizio dei bonifici.

Donazioni annunciate per la campagna sui social

In un’e-mail del luglio 2017 indirizzata a due persone di fiducia della sezione locale si legge: «Mi sono state annunciate donazioni con le quali devo finanziare la mia campagna elettorale sui social media». Una collega di partito avrebbe dovuto controllare il conto due volte alla settimana per verificare eventuali accrediti. Il messaggio prosegue: «Basterebbe una breve conferma scritta degli accrediti. Così sappiamo quanto possiamo spendere».

Un’altra comunicazione dello stesso mese indica che un social media manager avrebbe utilizzato per Facebook le donazioni destinate a Weidel e versate sul conto della sezione. Le due persone di fiducia avrebbero dovuto aprire un conto separato per la campagna, al quale Weidel avrebbe avuto accesso personalmente.

Quattro giorni dopo l’e-mail che annunciava le donazioni cominciò la serie di bonifici dalla Svizzera. Arrivarono complessivamente 132'000 euro in 18 versamenti, con la causale «Donazione elettorale Alice Weidel Social Media». Erano gli unici accrediti di una certa entità sui conti della sezione per la sua campagna per il Bundestag e gli unici destinati espressamente ai social media. Una parte del denaro fu effettivamente utilizzata per il lavoro di un social media manager.

La vicinanza temporale e la corrispondenza della destinazione dichiarata sollevano dunque interrogativi. Da sole, tuttavia, non dimostrano né che Weidel conoscesse la provenienza del denaro né che sapesse quali specifici versamenti fossero in arrivo.

Weidel respinge l’ipotesi di una contraddizione

Il portavoce di Weidel afferma che la leader non ritratta nessuna delle dichiarazioni sul caso delle donazioni alla sezione del Bodenseekreis. All’epoca aveva avuto numerosi colloqui con potenziali sostenitori. Anche per questo era stato aperto il sottoconto.

«La signora Weidel non si aspettava importi precisi, né era certa che singole persone avrebbero effettivamente donato», recita la presa di posizione. Non si aspettava, precisa, i versamenti in questione provenienti dalla Svizzera.

Resta quindi controversa una distinzione importante: contare genericamente su donazioni non equivale a essere al corrente di un determinato bonifico illegale. Le e-mail suggeriscono però un interesse più attivo per il finanziamento della campagna rispetto a quanto lasciasse intendere la precedente spiegazione pubblica di Weidel. Non vi si afferma esplicitamente che le donazioni annunciate fossero proprio quelle provenienti dalla Svizzera.

Per Weidel, nel 2017, la posta in gioco era alta. Era stata scelta a sorpresa insieme ad Alexander Gauland come candidata di punta per le elezioni del Bundestag. I versamenti emersi successivamente la misero nella difficile posizione di dover fornire spiegazioni in una fase iniziale della sua ascesa politica.

Denaro svizzero e una sanzione pesante

Il legame con la Svizzera è il fulcro del caso. Inizialmente, i bonifici apparivano come donazioni di un’azienda farmaceutica svizzera. In seguito fu individuato come effettivo finanziatore il milionario immobiliare svizzero Henning Conle junior. I pagamenti erano frazionati, transitavano attraverso un prestanome e provenivano da un Paese esterno all’Unione europea. Si rivelarono una donazione illegale a un partito.

Il caso mostra che, nel finanziamento elettorale transfrontaliero, non conta soltanto il mittente visibile di un bonifico. Sono determinanti anche chi fornisce realmente il denaro e la possibilità, per il partito, di accettarlo nel rispetto delle regole vigenti. Le conseguenze giuridiche hanno riguardato, in questo caso, il partito tedesco destinatario.

Per aver accettato la donazione e averla restituita tardivamente, l’AfD ha dovuto versare quasi 400'000 euro all’amministrazione del Bundestag. Il partito non ha chiamato Weidel a risponderne personalmente, perché non era stato possibile dimostrare una sua colpa. Proprio per questo, nuovi interrogativi sul suo ruolo potrebbero avere un peso anche all’interno dell’AfD.

Procedimento archiviato, resta il nodo dei dati

Nel settembre 2021 la procura di Costanza archiviò per insufficienza di prove il procedimento penale contro Weidel e altri indagati della sua sezione. Non fu possibile dimostrare un accordo con Conle sul flusso illegale di denaro. Nemmeno le nuove e-mail provano un’intesa di questo tipo.

In linea di principio, nuovi indizi possono consentire di riaprire un procedimento archiviato. Resta incerto se questi messaggi potrebbero bastare. Inoltre, gli eventuali reati dovrebbero ormai essere prescritti. Un nuovo esame penale è dunque tutt’altro che garantito.

Anche la provenienza dei documenti solleva interrogativi. L’archivio, contenente oltre 400'000 e-mail e documenti del partito, deriva da un attacco informatico avvenuto in settembre. L’AfD ha ammesso la sottrazione di dati, senza confermare l’autenticità di tutti i documenti. Sta esaminando l’accaduto e ha sporto denuncia. Rimane aperta anche la questione dell’utilizzabilità dei dati sottratti in un procedimento. Sul piano politico, resta soprattutto da chiarire come si concili la precedente spiegazione di Weidel con i messaggi ora emersi.

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