Bienne, ex ospiti della Ferme du Soleil denunciano settimane di isolamento
Punizioni severe e pressioni psicologiche: gli ex ospiti raccontano la vita nell’istituto. I responsabili difendono i metodi educativi. Il Canton Berna indaga.

Gli ex ospiti dell’istituto per minori Ferme du Soleil di Bienne muovono pesanti accuse all’allora direzione. Nelle testimonianze rese pubbliche il 23 ottobre descrivono ripetuti isolamenti, pressioni emotive e una quotidianità nella quale opporsi a trattamenti problematici sarebbe stato quasi impossibile. Già in agosto alcuni ex collaboratori avevano criticato i metodi educativi. L’Ufficio cantonale della gioventù di Berna ha un’indagine in corso. I responsabili respingono le accuse e difendono le misure adottate sul piano pedagogico.
Al centro c’è la storia di Adam, oggi diciannovenne. Collocato alla Ferme du Soleil a quattro anni, vi ha vissuto per circa un decennio. Il ricordo di quel periodo si concentra in un’immagine: lui sul letto, in lacrime, solo nella sua camera. Ha lasciato l’istituto nel 2022. Oggi lavora e dice di stare ricostruendo la propria vita.
La camera, un ricordo che resta
Adam racconta di essere stato spesso punito e mandato in camera. Poteva uscirne per andare a scuola e in bagno, ma doveva mangiare da solo nella stanza, senza poter ricevere una seconda porzione. Già da piccolo, a volte, avrebbe dovuto trascorrervi interi fine settimana. Una di queste punizioni sarebbe poi durata tre settimane.
«Non ero il bambino migliore né il più obbediente, ma le punizioni erano molto dure e molto severe», dice Adam. Quando guardava fuori dalla finestra, talvolta gli venivano chiuse le imposte. Non gli sarebbe stato consentito nemmeno stare vicino alla porta per ascoltare i rumori del corridoio.
Per rientrare nel gruppo, racconta, doveva scrivere una lettera di scuse alla direzione. Seguiva un rimprovero di 30–45 minuti, durante il quale gli veniva ribadita la sua colpa e gli si chiedeva di scusarsi e mostrare gratitudine. Quelle frequenti punizioni avrebbero segnato l’intera esperienza nell’istituto.
Secondo Adam, diversi educatori ritenevano eccessive le sanzioni e ne avevano parlato con la codirezione, senza ottenere cambiamenti. Lui aveva pochissime persone con cui confidarsi. A dargli sostegno erano le visite della madre.
Pressioni, umiliazioni e difficoltà a parlare
Un’ex ospite, presente nell’istituto nello stesso periodo, conferma le ripetute punizioni inflitte ad Adam. Descrive però diversamente la propria esperienza: avrebbe ricevuto un trattamento di favore, accompagnato da ricatti emotivi. Parla di un rapporto di dipendenza dalla codirezione, caratterizzato dal controllo.
Dopo la scuola e con l’inizio della formazione, avrebbe cercato rifugio nello sport e nel lavoro per rientrare nell’istituto il più tardi possibile. La paura di tornarci, tuttavia, sarebbe rimasta.
Anche Thomas, che ha svolto il servizio civile alla Ferme du Soleil, racconta scene pesanti. A segnarlo sarebbero state le urla quotidiane e la violenza verbale. Bambini piccoli sarebbero stati umiliati e sminuiti davanti agli altri. Se poi piangevano, venivano nuovamente rimproverati.
Nelle testimonianze di ex ospiti, alcuni genitori ed ex collaboratori ricorre un elemento: segnalare comportamenti problematici sarebbe stato difficile, se non impossibile. I racconti suggeriscono che le pratiche contestate possano essere iniziate ben prima della prima segnalazione interna, avvenuta lo scorso anno. Stabilire se e in quale misura le accuse siano fondate è compito dell’indagine tuttora aperta.
Il confine tra pausa educativa e isolamento
Nadine Aebischer, vicedirettrice di Protezione dell’infanzia Svizzera, non si esprime sul caso specifico di Adam. In termini generali distingue però chiaramente una pausa educativa dall’isolamento punitivo. Un cosiddetto time-out, ad esempio per placare una crisi, deve avere uno scopo educativo e svolgersi entro un quadro definito in precedenza.
Nell’isolamento punitivo, invece, non si tratta semplicemente di cambiare ambiente per un breve periodo. Il bambino è davvero solo, senza accompagnamento e senza una relazione capace di dargli sicurezza. «È una forma di violenza psicologica», spiega Aebischer.
Per la protezione dell’infanzia, il caso di Bienne va dunque oltre la questione delle singole punizioni. Tocca anche la gestione dei reclami nelle strutture in cui i bambini dipendono dalle cure degli adulti. Occorre chiarire come fossero applicate le misure e quale risposta venisse data alle obiezioni.
I responsabili difendono le misure
L’ex codirettore afferma di avere sempre agito nell’interesse dei bambini. Nega l’isolamento forzato: le misure di allontanamento dal gruppo avrebbero sempre avuto finalità pedagogiche. Ammette di avere talvolta alzato la voce, ma distingue un’autorità educativa a volte severa da comportamenti volti a umiliare, sminuire o intimidire i minori.
In determinate situazioni vi sarebbero stati trattamenti differenti, sempre accompagnati da spiegazioni. Non si esprime sull’accusa di ricatto emotivo. La codirettrice tuttora in carica rinvia alla fondazione Arboa, che gestisce l’istituto e altre due strutture.
Il presidente del consiglio di fondazione, Pierre-Yves Moeschler, sostiene esplicitamente le direzioni. Il benessere dei minori, afferma, non sarebbe mai stato compromesso. Definisce doloroso, ma unilaterale, il racconto di Adam. Per rispondere concretamente dovrebbe entrare nei dettagli del suo dossier, cosa che la protezione dei dati gli vieterebbe. Misure di questo tipo, aggiunge, sarebbero sempre state decise in consultazione con servizi specializzati, servizi psichiatrici e psicologici e curatori.
Dopo una prima segnalazione nel 2025 sono stati avviati gradualmente dei cambiamenti. Un nuovo concetto pedagogico dovrebbe essere completato entro la fine del 2026; vengono inoltre sviluppate la prevenzione e le procedure di segnalazione. Per alcuni collaboratori questi passi non erano sufficienti: in primavera si sono rivolti all’Ufficio cantonale della gioventù. La sua indagine resta aperta.
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